Twin Peaks – Che anno è?

19578373_10213574828189406_2068102565_nChe anno è?

L’ingegnere degli spazi e del tempo, della distruzione della struttura e del significato, ha ricamato un cerchio che assomiglia, forse apparentemente, ad una strada perduta.

Ed è così che finisce Twin Peaks, nella perdizione di una percezione basilare, smontando ancora una volta ciò che conosciamo del razionale. David Lynch descrive qualcosa che all’inizio fosse (solamente) connesso all’onirico, al simbolico, al sovrannaturale. Con la terza stagione di Twin Peaks, colonna portante di un percorso televisivo e cinematografico che ha segnato la storia, il regista ci fa intuire quasi tutti i bordi di quel puzzle durato 25 anni, che va ben oltre il sogno. Finalmente, dopo tanti anni, avvertiamo una struttura.

Un immenso ingegnere, creatore e distruttore di forme e contenuti, un artista che ama giocare nei limiti del burrone strutturale di cui è composto il cinema. O anche una semplice storia. Distorce ciò che non può essere distorto, sgretola i principi base della narrativa. Si spinge, assolutamente privo di arroganza, verso quella sperimentazione libera e cristallina, che lo ha accompagnato fin dai suoi primi cortometraggi. “Ero all’Università e stavo dipingendo degli alberi, ad un certo punto sembrava che si muovessero col vento. Lì ho capito che dovevo fare cinema”.

Lynch è un inventori di mondi. Ha elaborato il suo linguaggio, la sua ambientazione, i suoi protagonisti, gli eroi, gli antieroi, le nemesi, la mitologia, il simbolismo, ne ha tracciato i bordi, assolutamente non sagomabili, creando un universo nel quale perdersi.

E sebbene del contenuto se ne possa parlare per anni, ciò che mi affascina veramente è tutto il resto. La sua ossessione per i rumori, il legno, la fabbrica, l’elettricità. La sua passione per specifici tipi di luce, le torce nei boschi, il fumo illuminato, il buio innaturale di una stanza, il fatto che la tragedia capiti quasi sempre nel calore di un ambiente intimo.

I gufi non sono quello che sembrano, niente è quello che sembra. Niente, forse, è realmente quello che pensi. Quello che pensi di aver capito. Ma è poi così importante saperlo? Come riuscirebbe a vivere l’uomo senza risposte o il cinema senza struttura?

The Alphabet, 1968. Lynch usa le lettere dell’alfabeto, simboliche per descrizione, come forme. Le priva del significato e le trasforma in colori e suoni. Che anno è? Cos’è l’uomo senza narrazione?

Cos’è il protagonista se, a metà film, sparisce completamente e viene rimpiazzato da un altro attore?

Ecco cos’è quella sensazione di fastidio, che poi diventa perdizione grazie ai mezzi cinematografici. Ecco quella privazione del significante, il gioco degli spazi alternati. E infine la dualità. C’è da sbilanciarsi un po’, essere sintonizzato su un altro canale, e Lynch lo fa attraverso la più commerciale (almeno adesso) delle manifestazioni del cinema: la serie TV.

Non è la prima volta che Lynch gioca col tempo diegetico. The Rabbits, 2002. Il regista, in 7 cortometraggi, mescola i dialoghi privandoli così del loro senso logico e della struttura di botta/risposta. Lo fa in un’inquadratura fissa costante, di una sola stanza. Che anno è? Quanto importante è la cronologia per il cinema e soprattutto per l’uomo?

E infine lo spettacolo. La pura fruizione del prodotto. Gli effetti speciali a cui siamo ormai prepotentemente abituati. E in confronto un Twin Peaks bidimensionale, che si avvicina splendidamente alla pittura metafisica, alla videoarte anni ’70, demolendo l’ultimo ostacolo verso la purezza e l’angoscia. Six men getting sick, 1967.

Tutto questo è per far capire ai più scettici di Lynch che in realtà, se hai studiato un po’ di cinema, non puoi non notare questo piccolo immenso gioco della rivoluzione del mezzo.

 

 

 

 

 

Catherine, ci mancherai tanto.

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