Suffragette, usate la testa

Questa non è la recensione del film Suffragette, ma un espediente per fare qualche considerazione sulla storia del voto femminile e sul femminismo che oggi siamo costretti ad accollarci. Chi mi conosce lo sa, ma preferisco sempre fare un preambolo sottolineando il fatto che no, non odio gli uomini, non sono una femminista, non mi piango addosso per motivi futili (ogni tanto lo faccio, ma poi passa), e non partecipo a manifestazioni lamentose stile #senonoraquando. Ma sono una donna che,  guardando questo film, ha chinato il capo di fronte all’idea che qualcuno le abbia permesso di essere quello che è. Di avere la scelta che ha oggi, nel 2016, di votare, di pensare e di valere come una qualsiasi altra persona.

La storia delle suffragette è affascinante, non solo perché casualmente mi riguarda in quanto donna, ma anche perché ripercorre dinamiche sociali e antropologiche che descrivono l’evoluzione del pensiero comune e ne disegnano i difetti, le lacune, perfino le similitudini, tra il passato e il presente.

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Quello che dobbiamo considerare è che ognuno di noi è figlio dei propri tempi. Il film descrive i movimenti delle suffragette nel 1912 a Londra; in quel periodo Emmeline Pankhurst  aveva creato l’Unione sociale e politica delle donne, che aveva il preciso intento di lottare affinchè fosse permesso alle donne di votare. Donne di ogni rango sociale parteciparono alle manifestazioni, il fronte più duro arrivò a spaccare vetrine, incendiare le cassette delle poste, incatenarsi ovunque, fare lo sciopero della fame e finire sistematicamente in galera. La componente maschile, descritta nel film, crea i contorni di vari tipi di uomini: chi si sentiva ferito nella virilità, chi se ne vergognava, chi prendeva in giro il movimento e chi era convinto che questo tipo di azione non sarebbe finita da nessuna parte. Malgrado questo, nessuno di questi uomini era un mostro. Ognuno di loro è stato, infatti, figlio del proprio tempo. Un tempo in cui due pensieri si sono venuti a scontrare: la donna che immagina un mondo in cui possa esistere una scelta, e l’uomo che cerca di mantenere il proprio potere e il proprio margine di virilità. Molti uomini parteciparono alle rivolte femministe, e in contraddizione molte donne urlarono alla vergogna per queste poco dignitose manifestazioni in piazza. Reazioni differenti e non completamente incasellabili di una realtà che di lì a poco avrebbe stravolto le vite londinese e di tutto il mondo. E nonostante tutto, a molte donne andava bene avere solo quello, forse per ignoranza, forse per paura, o per il legame alle tradizioni, al proprio tempo. Protestarono contro come oggi le donne protestano contro l’aborto o la pillola del giorno dopo. Nessuna di queste idee è sbagliata. Ognuna di queste idee è la descrizione di un momento storico, diventato maturo per questo genere di scontro. Una mentalità sociale che comincia a sentirsi stretta, a richiedere qualcosa in più.

Guardando le prime lotte, le prime manifestazioni in piazza, devo ammettere di aver provato frustrazione. Un nodo alla gola impossibile da sciogliere, perché mi fa pensare a quanto dolore è servito per permettermi oggi di andare a votare, di avere voce in capitolo, di vedere rappresentati i miei diritti. Una lotta così lontana e non vissuta che, se messa in relazione ai lamenti delle femministe dei nostri giorni, lascia un alone di tristezza nella mia faccia. Anche noi, donne e uomini, dopotutto, siamo figli del nostro tempo e del luogo in cui viviamo. Ma è un diritto che dobbiamo ravvivare sempre nella nostra memoria, un diritto non concessoci a priori ma guadagnato col sangue e coi denti. Il nostro paese ha permesso il voto alle donne nel 1945, vent’anni dopo il Regno Unito, un anno dopo la Francia. In Arabia Saudita il diritto al voto non è ancora concesso. In un contesto macroscopico, queste date sembrano quasi troppo vicine, troppo attuali, e continuano a sottolineare una scenario italiano, richiuso in gabbie religiose e popolari, per cui abbiamo ancora molto da lavorare. Senza mai perdere d’occhio la visione d’insieme, in un mondo dove l’infibulazione, il commercio delle donne per la prostituzione e i matrimoni di bambine restano una realtà terrificante che ci dà una visione d’insieme e non deve permetterci di cadere nell’errore del lamento. Come nel film, la donna si deve ricordare di agire, di rimboccarsi le maniche e concentrarsi sui valori passati, in relazione al presente e all’insieme della problematiche religiose-sociali dell’intero mondo.

Quasi ognuna di noi ha provato sulla propria pelle il radicatissimo maschilismo italiano. Che è così comune ed entrato ormai da troppo tempo nella mentalità da diventare quasi invisibile. C’è chi non se ne accorge, chi come me si premura di farlo sempre notare (ci chiamano rompiglioni, sì), chi ci passa sopra e chi se ne lamenta e basta. In campo lavorativo, soprattutto, quando effettivamente puoi dire o fare molto poco, spesso non ti resta che ingoiare il boccone e andare avanti. Malgrado ciò, l’accumularsi di sensazioni sgradevoli prima o poi ci porta irrimediabilmente a sbottare, perché dopotutto possiamo sì vivere tranquillamente anche tralasciando i fastidi dati dalle persone ignoranti, e possiamo anche vivere la nostra natura lanciando sempre un occhio alla visione globale, ma prima o poi l’individualismo e la frustrazione faranno capolino. “Vogliamo il pane, ma anche le rose”. In Italia abbiamo il pane, abbiamo le rose, e abbiamo anche qualcosa in più. E contemporaneamente abbiamo l’impronta della Chiesa, perennemente sulla nostra faccia, accompagnata dall’idea che qualcun altro, troppo spesso, abbia il diritto di scegliere per il tuo corpo. Che fare dunque? Lamentarsi e basta? Inveire contro serie tv o pubblicità? No, la risposta giusta sta sempre nel mezzo. Siate quello che volete essere, fate notare i vostri fastidi, senza dimenticare le donne che prima di noi hanno lottato per permetterci di avere voce in capitolo, e le donne che nel mondo lo stanno ancora facendo.

Uomini e donne sono diversi per natura, appiattire questa fondamentale evidenza è da stupidi. Quello che dobbiamo fare tutti è chiederci costantemente se la persona accanto a noi ha le stesse scelte che posso avere io. Non vogliamo essere tutti uguali, vogliamo avere la scelta di poterlo essere.

E sono spesso le donne stesse ad agire contro la loro natura e i propri diritti. Un modo di porsi e di agire che non lascia scampo all’esplicita visione di un collare sociale così nascosto dalla confusione e dalle sovrastrutture, da diventare completamente invisibile. Donne che si ingozzano di odio il genere maschile a priori e poi pretendono rami di mimosa o cavalleria. Donne che si premurano di infiammarsi e creare campagne contro Game of Thrones, o la pubblicità dei Pampers. Le stesse donne che non escono di casa perché il marito non vuole, che non tollerano l’aborto o che l’otto marzo decidono che è tempo di vedere uno spogliarello. Perché la goliardia è sana, è catartica, è divertente, ma se esiste in un clima di frustrazione lascia irrimediabilmente l’effetto opposto.  La conoscete Jodie Marsh? Andate a cercare chi è e cosa fa questa donna, per me diventata il simbolo di tutto ciò che il “nuovo” femminismo sta sbagliando.

Tiriamo fuori le palle, cerchiamo di vivere correttamente nel nostro tempo, decidiamoci una volta per tutte ad essere una generazione protesa in avanti. Diamo il nostro contributo in modo attivo, critico e informato.

[Elisa]

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