Birdman – People, they love blood. They love action. Not this talky, depressing, philosophical bullshit.

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La vita dietro le quinte di un teatro è un’esperienza che ho avuto la fortuna di provare. Tra cavi, tele, luci e tanta tanta polvere ho scoperto fin da piccola l’enorme fascino della realtà dietro la finzione. La mia famiglia faceva (fa) parte di un gruppo teatrale veneziano e molto spesso eravamo in giro per l’Italia a recitare. Io ero molto piccola ma recitavo già, facevo delle parti adatte alla mia statura e nonostante questo ho imparato molto presto a rapportarmi col palcoscenico e con quella cosa stranissima (chiamiamola magia) che nasce quando si apre il sipario. Ricordo soprattutto la polvere e le ragnatele del sottopalco, l’odore naftalinico dei vestiti di scena. Mio nonno (ora deceduto) che urlava a destra e a manca affinchè tutto funzionasse alla perfezione. Mia mamma, che si truccava da contessina mentre io sgranocchiavo i semi di zucca che sarebbero dovuti andare in scena. Ricordo gli attori che ripassano la parte e io che giocavo col mixer audio perchè mi piacevano i pulsanti.

Raccontare cosa c’è oltre lo specchio è un tema per cui provo un enorme affetto. Sentimentalmente Birdman lo sento molto vicino. Immaginare quindi un tema così ammiccante inserito in un contesto di grande tecnicismo cinematografico pone la pellicola già a livelli altissimi, per quanto mi riguarda.

Birdman, per un appassionato e studioso di cinema, è un multi-orgasmo con piroetta. Racchiude molto lavoro, molte tecniche e molti trucchi che hanno permesso alle pellicole di esistere e di creare realtà dalla finzione. E’ un intenso viaggio tra il passato e il futuro della struttura, della poetica e dell’emozione cinematografica. E’ impossibile dare una valutazione senza tirare fuori paroloni, superseghe e nomi storici. Io davvero ci provo ma non ci riesco.

La soluzione dell’illusione di un unico piano sequenza, i tagli dietro alle colonne, la mdp che segue l’attore a 360°, sbattendosene pure degli specchi. Il colore naturale, il tempo interno, il montaggio minimale, gli immensi blocchi di dialoghi da ricordare. Un film che è teatro, un teatro che ha la funzione di raccontare il cinema. O, se non altro, la sua nostalgia, il suo futuro tamarrissimo, la sua involontaria distruzione di stelle, di desideri. La critica della deriva di Hollywood, il supereroe che si rivolta contro se stesso. L’arte che si sgonfia e diventa commercio, perchè magari come arte non era poi un granchè. E forse è questo il trucco, il prodotto commerciale genera consensi, diventando arte.

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La chiave è il surrealismo che calza alla perfezione con lo star system, con le ambizioni e la pretenziosità dell’ “artista”, spingendosi ancora più in profondità grazie alla voce fuori campo, la coscienza cristallina dell’uomo uccello che ricorda l’apice della gloria e condanna l’uomo per la sua mortalità. A due passi dalla follia e a un passo dalla psicanalisi. Lì, sempre sul bordo, a vivere sentimenti contrastanti, cercando di gestire quella vita superbamente piccola e piena di sovrastrutture. Quando poter volare non significa necessariamente rinascere, bensì piegarsi.

E’ l’esposizione di una vita sopra le righe, troppo normale e tormentata per avere valore. Vedo Lynch che ci racconta l’estremo dirupo/labirinto della vita di un attore. Quando tutto si mescola ma, di fatto, non si ferma mai. Hitchcock e Welles a favore della continuità narrativa, con una strizzatina d’occhio alle innovazioni di Cuaron. Ci vedo un Sorkin ripieno di LSD, uno Spielberg della chimica familiare.

Non poteva che esserci Keaton, il volto che rappresenta la magia del disagio. Con le sue smorfie, il suo fare dinoccolato, la sua passione viscerale. In realtà ho apprezzato tutti, dall’inizio alla fine. Norton a piede libero, disgustoso e bellissimo. Ma anche la Watts e il suo “we share a vagina”, la Stone che spingeresti giù dal cornicione. Scopri perfino che Galifianakis è un attore eccellente, e cazzo se è un piacere vederlo impegnato.

Birdman resta senz’altro un film pretenzioso, ma con quell’accezione positiva che ci mancava da tanto tempo. La consapevolezza di aver creato un vortice artistico nel quale abbandonarsi, che ha un odore molto diverso dalle scoregge arroganti di molti registi e scrittori contemporanei. Lo vedo puro, lo vedo intenso, vedo le intenzioni di dire davvero qualcosa, e farlo nel modo più assurdo e delizioso possibile.

Quel volo finale che è un po’ speranza. Che è un po’ Fenice. E che ognuno la prenda come vuole.

[Elisa]

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