Quando il cinema fa male (pure troppo) – Megan is missing

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Questo post è direttamente collegato a questo (le 3 strutture fondamentali del cinema horror).

Qualche giorno fa mi è stato consigliato (da lui) il film Megan is missing, un horror psicologico etichettato come traumatizzante anche per i più solidi mangiatori di film di paura. Il film è diviso in due parti ben distinte: nel primo atto abbiamo la presentazione dei personaggi, con chiara intenzione empatizzante; nel secondo atto abbiamo lo svolgimento del dramma ad altissimo valore shockante. Tutto il film è costruito con la tecnica del found footage: telefoni cellulari, webcam, telecamere di sorveglianza. Insomma, tutto il cucuzzaro.

In sè il film è estremamente interessante per varie ragioni:

– offre una fotocopia evidenziata dell’adolescenza americana (e probabilmente non solo) lasciata allo sbando, in un susseguirsi di rotture di limitazioni. Il primo atto dunque non solo funziona come presentazione dei personaggi ma come chiara denuncia sociale nel quale la tredicenne di oggi si spinge ben oltre la ribellione standard e partecipa a festini ricchi di droghe, sesso ed alcol. La ragazzina usa con naturalezza tutti i mezzi digitali, si lascia adescare da voci senza volto, si dedica completamente alla cura della propria apparenza lasciando trasparire il pensante background familiare che attiva alcuni tipi di comportamento estremo.

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– Offre una visione molto ravvicinata del bullismo adolescenziale, nel quale la ragazzina con gli orsacchiotti e la famiglia amorevole viene presa di mira dal gruppo e lasciata nel bordo, a spiare la vita che vorrebbe avere. Grazie o a causa della sua migliore amica, la ragazza senza freni che elargisce pompini alle feste dei ragazzi più grande, vive un surrogato di libertà che forse in fondo non vuole avere. E per questo viene schernita, additata, perculata, sia dai maschi che dalle femmine.

– Con la tecnica del mockumentary il regista ricrea programmi tv-spazzatura che si occupano di persone scomparse. Sapendo che si tratta di fake, lo spettatore ha la possibilità di vedere obiettivamente il processo di sfruttamento delle catastrofi, l’assoluta mancanza di morale e l’incredibile mix tra curiosità e menefreghismo dei programmi di questo tipo. Programmi che, ripeto, infestano anche la nostra televisione italiana, nella quale la cronaca nera attira più audience di qualsiasi altra notizia.

– Riesce a porre lo spettatore, continuamente e insistentemente, in posizioni di estrema difficoltà: nel primo atto, infatti, l’emozione privilegiante è l’odio e la compassione verso la generazione di sbandati. Un fastidio così amplificato che riuscirà a scaturire estremi sensi di colpa nel secondo atto, quando le due ragazzine verranno rapite.

Cosa succede nel secondo atto?

Megan (la ragazzina facilona) viene rapita da un uomo senza volto. Pochi giorni dopo viene catturata anche la sua migliore amica.

Da qui si scende dritti dritti all’inferno. La regia del found footage vira verso una direzione di ridondanza e lentezza, nel tentativo di amplificare il più possibile il malessere e il disgusto. Ora sta tutto in mano allo spettatore. Davanti a sè ha scene estreme, dallo stupro vissuto quasi in prima persona, alla tortura, alla sporcizia, alla morte. Un flemmatico trauma devastante. Scatta il senso di colpa, perchè prima quelle ragazzine le avresti menate tu stesso, scatta l’immedesimazione a molteplici livelli, l’ulteriore trauma se effettivamente hai una figlia di quell’età. La facilità con la quale si passa dalla normalità alla pazzia. A tratti torture porn, dove nell’ansimare dello stupratore ci sono mille tentativi di rifiuto.

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Cosa succede, tuttavia, alla nostra sospensione dell’incredulità quando viene violentata per così tanto tempo?

La conclusione, ovviamente, è soggettiva. Io vi offro la mia visione in base a quello che mi è successo guardando gli ultimi fatidici 22 minuti di Megan is missing. Nel desiderio di vivere completamente un film, come già detto mi sforzo più o meno naturalmente di “restare sul pezzo” e dare la possibilità al regista di avere tutta la mia attenzione. Nel momento in cui la soglia della sopportazione viene superata, il film purtroppo perde efficacia. Il problema comunque resta, ovvero l’associazione alla realtà e a fatti di cronaca realmente accaduti. Quindi il rifiuto di restare sul pezzo ha un retrogusto amaro. Come di sconfitta.

La realtà tuttavia mi impone di ricordarmi che il cinema nasce per intrattenere, anche in maniera morbosa, perchè no. Quando il regista eccede, sblocca il rifiuto e si trascina oltre. Ed è lì che perde efficacia. Con ogni probabilità questo, semplicemente, non è il mio genere di horror. Questo film è riuscito a spezzare la mia sospensione dell’incredulità. Dopotutto, se dilatiamo all’ennesima potenza il momento in cui ti fai male, l’attesa e il terrore ti uccidono più della morte stessa. Il regista gioca completamente con questo concetto ma, a mio parere, lo allunga così troppo da spezzarlo e far crollare tutto il palazzo. E’ un discorso soggettivo proprio perchè la quantità di sopportazione è differente di spettatore in spettatore.

L’intenzione era tuttavia dichiarata, i contorni sono chiari e in realtà sono “contenta” di averlo visto. Perchè quando la razionalità subentra, riesci comunque a osservarlo esternamente e, malgrado la sua falsità, cogliere un confronto di realtà in grado di farti perfino pensare che, come ha giustamente fatto notare il consigliatore del film, “sarebbe quasi da farlo vedere nelle scuole”.

Per poi essere menato a sangue dalle madri isteriche. E dalle figlie completamente traumatizzate.

Anche se, con ogni probabilità, col cazzo che prenderanno mai appuntamento con uno sconosciuto dietro un diner.

[Elisa]

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