Le 3 strutture dell’horror nella sospensione dell’incredulità

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Malgrado mi sia laureata in cinema e quindi, teoricamente, abbia maturato un qualche tipo di impulso analitico alla prima visione di un film, ho scoperto negli anni, con assoluto piacere, che il mio cervello pretende sempre e comunque di lasciarsi stupire e, quindi, non elaborare completamente la tecnica. Diciamo che sono una lynchana anche senza volerlo (che in verità lo voglio eccome, pure troppo, pure ossessivamente). In questo modo riesco a gustare appieno il capolavoro o la cagatona che mi accingo a vedere, senza per forza doverne tirare fuori una critica cinematografica live. E’ per questo motivo che sono solita piangere in un film particolarmente drammatico o puccioso, e riesco perfino ad avere paura guardando un film horror. Per il secondo esempio ammetto di essere costretta a forzarmi quel tanto. In quel caso, oltre a spegnere la parte razionale metto in off un’altra dozzina di interruttori.

Lasciarmi contagiare da quello che vedo è per me un fattore molto importante. L’horror in questo caso è un prodotto perfetto, in quanto la sospensione dell’incredulità si incrocia col desiderio di provare paura e, in questo modo, esorcizzarla. Il metadone dei poracci, insomma.

C’è sempre tempo per la critica, per l’analisi. Mi piace lasciarmi andare.

Purtroppo l’horror contemporaneo, tranne rarissimi casi, non è in grado di generare la potenza di fuoco in grado di alienare completamente lo spettatore in un’ora e mezza di film. Per questo motivo, quando ho tempo e sono da sola, dedico un pomeriggio intensivo di horror a manetta. Di tutto il calderone visivo riesco solitamente ad estrapolare una o due idee brillanti e, come per magia, ricreare nella mia testa un film che valga la pena di essere visto.

Spegnere la parte razionale del cervello è diventata ormai una necessità. L’horror commerciale ci spaventa coi BUH ma non intacca neanche lontanamente la superficie della vera paura. E visto che siamo sgrezzati e cinici, è una vera e propria fatica. Il genere horror ha in sè tre potenti strutture sfruttabili: lo schifo, il disagio, lo spavento.

Lo schifo comprende tutti quegli effettoni speciali che ci permettono di vedere com’è fatto internamente l’uomo. Parlo proprio di budella, organi, ossa, cervelli. Il corpo umano, rivoltato dall’interno dall’esterno, crea orrore proprio perchè innaturale ed associabile ad un profondo stato di dolore fisico. Portato all’eccesso fa il giro a 360° e diventa splatter, ovvero la fusione tra schifissimo e comicità.

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Il disagio, che è la componente dell’horror che preferisco, si insinua psicologicamente nella mente dello spettatore e crea un danno, un’emozione malsana e corrosiva che lo conduce nella via del rifiuto e della frustrazione. Questa struttura del genere riesce a scalfire anche il pubblico con il parrucchino sullo stomaco. Se lasci aperto uno spiraglio di sospensione della realtà, il disagio entra di straforo e ti fotte. E’ un’emozione lenta, in perfetto crescendo temporale, portato all’esasperazione e tirato ulteriormente. Se costruito in maniera esemplare può farti sbroccare di brutto.

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Lo spavento è il sinonimo del filone. L’uomo dietro la porta che sbuca per farti paura, l’urletto imbarazzato, la risata successiva. E’ un meccanismo naturale dell’uomo-animale che cerca aiuto e avvisa gli altri del pericolo. Usualmente lo si associa a una struttura filmica molto elementare, piena di spazi e vuoti, nei quali i vuoti preparano il terreno per gli spazi, ovvero l’urlo.

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Se queste tre strutture sono combinate in modo corretto, sarà un film horror dannatamente buono. Tuttavia, usando un concetto che molto spesso fa capolino proprio nel genere di paura, “ti fa male solo se ci credi”. Ed è così che funziona, ti fa paura solo se sei pronto a farti spaventare. Come davanti ad un dipinto, se cerchi le caratteristiche tecniche del movimento artistico ancora prima di provare a sentirlo, rimane tutto più ovattato.

Sarà forse per questo che mi piace l’horror, perchè trova campi fertili dove crescere e svilupparsi, nella sospensione di tutte le impossibilità di realtà. Sta di fatto che dopo un pomeriggio di maratona horror mi ritrovo sempre un po’ rimbambita e devo fare due o tre cose che mi facciano tornare in bolla con la realtà. Tipo portare fuori la spazzatura.

Ahhhh, questa straordinaria vita al di fuori della finzione.

[Elisa]

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