Gone Girl e la donna 3.0

[RECENZIONE SPOILEROSA]

La quantità di parolacce che ho detto è pari solo alla mia recensione di Prometheus.

Ma andiamo per gradi.

Gone Girl mi è piaciuto, Fincher mi è piaciuto, un Fincher sentito a malapena e proprio per questo meritevole di cotanta naturalezza tecnica. A tradirlo sono i classici colori fincheriani, quel verde, quel giallo, quella luce tenue, location dei delitti perfetti. Musiche del disagio, della finzione e del malessere emotivo. Note davvero adorabili di questo scenario micro e macroscopico nel quale siamo tutti involuti e protagonisti.

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Noi in quanto pubblico della cronaca nera, lanciata in prima visione tv nel più grande e perverso gioco al massacro. Avete visto Nightcrawler? Ve lo consiglio caldamente perchè offre una visione shockante ma affascinante del mondo delle notizie nere. Di quella furia del giornalismo che muore dalla voglia di sgozzare il vicino per poi riprenderlo con una telecamera. Del perchè rallentiamo davanti a un incidente mortale. Del come guardiamo affamati le vite di persone di cui non ci importa niente. Di come ci piaccia entrare, quasi come uno stupro legale, nelle vite degli altri e storpiarne le dinamiche. La televisione verità che, nel caso di Gone Girl, ci ricorda che se osservi un fenomeno l’hai già cambiato. Se poi ti impegni pure nel pestarlo ripetutamente e sputarci sopra, hai come risultato la tv spazzatura che abbiamo il privilegio di guardare oggi. Possono davvero riconoscersi, Nick ed Amy, una volta passati dentro il tritarifiuti dell’opinione pubblica? Chi lo cerca, chi lo respinge, eppure nessuno ne esce incolume.

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Gone Girl ci racconta un mondo naturale. So che sembra orrendo, ma trovo che l’intera trama sia svolta con estrema naturalezza. La guerra dei Roses, lasciando a casa la comicità. Il delirio tuttavia permane. Il matrimonio che, per anni, ha avuto l’aspetto dell’unione perfetta, del nido della complicità, si rivolta contro i due protagonisti, strozzato dal peso della routine e delle piccolezze. Quel profondo sentimento che li ha uniti fino a quel momento mantiene l’intensità ma si tramuta nel contenuto. Diventa disprezzo. E l’amore, come l’odio, riesce ad essere altrettanto devastante. Trovo estremamente affascinante il cambio di rotta della donna che, messa all’angolo da uno sgambetto banalissimo quale il furto dei soldi, muti il grande piano per la distruzione di suo marito in qualcosa di ancora più orribile. L’amore di plastica. D’altro canto, quest’uomo assolutamente non all’altezza della donna, ma proprio per questo motivo apparentemente perfetto come partner, viene preso a schiaffi dal suo stesso essere. Da quello che prima gli dava forza. Goccia dopo goccia, lentamente, per un’eternità. E’ affascinante. E’ il big bang, è l’esplosione dopo un milione di anni. Estremamente flemmatica come ce la raccontano gli scienziati. A differenza de La guerra dei Roses non esiste mai una vera e propria esplosione, la vendetta della donna guadagna terreno come fosse un diesel, pianificando lentamente un groviglio di machiavelliche piccolezze.

Amy, inoltre, sfrutta l’intera storia femminile e la vomita contro il mondo. La classica vittima, la donna debole, la donna da proteggere. Amy diventa ciò che l’uomo, le femministe, le vuote circostanze sociali vogliono che sia. Indossa un vestito fatto su misura per lei. Disegnato e cucito dalla società, messo a punto dal femminismo 2.0, farcito di sguardi compassionevoli a culo stretto degli uomini. Una bambola di cristallo, pura e perfetta. Come le storie dei suoi genitori. Tutto il valore che lei non ha mai avuto, l’amore, l’affetto, la pietà. Tutto completamente falso e prefabbricato, come i libri di cui è “protagonista”. Impacchettata e venduta, come un romanzo nero, col prezzo attaccato dietro le spalle.

L’uomo che ci casca per l’ennesima volta, perchè nessuno vuole un finale a sorpresa. Perchè è più tranquillo e facile vivere nelle banalità. Perchè in realtà sei un povero coglione che cercava la figa e ora la figa ce l’hai, solo che è pazza. E un po’ hai contribuito pure tu. Dovremmo essere incazzati a morte col traditore, ma non ci riusciamo. Gli diamo del coglione, ma non ci è permesso odiarlo.

E’ un’onda anomala di emozioni, e per questo motivo apprezzo tantissimo Fincher. A differenza di altri suoi lavori, dove la sua mano e il suo giudizio sono cristallini, in Gone Girl si è abbandonato completamente alla solida personalità dei personaggi (in realtà quasi solo quelli femminili), lasciando la tecnica e la classica pesantezza di linguaggio alla trama.

E’ affascinante comprendere quanto ognuno di noi in realtà sia vicino a una situazione come questa. Non solo all’interno di una coppia ma anche tra vicini, tra colleghi, tra amici. Il filo tirato, teso, la gravità che insiste, l’apatia e il disprezzo. (Tranquilli, non ho ancora voglia di ammazzare nessuno).

Mi viene un po’ in mente l’atmosfera di American Beauty, sebbene siano raccontati con chiavi molto diverse. Mi viene in mente la moglie, che tradisce il marito con un imbecille patinato, e che in macchina ascolta cassette di auto-aiuto e continua a ripetete IO MI RIFIUTO DI ESSERE UNA VITTIMA. Ridicolizzando il tentativo stesso e mettendosi esattamente al posto della vittima. Una donna con una pistola, l’icona classica della combattente, così incredibilmente patetica e potente. Perchè la donna non riesce ad ammazzarti a pugni e quindi, piangendo, punta una pistola alla testa di questa oscura e brutale entità che una volta amava tanto.

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E’ una descrizione di donna estremamente profonda. Amy, intendo. Non ci pensa nemmeno di RIFIUTARSI DI ESSERE UNA VITTIMA. Lei non lo è. Facile. E’ terribilmente stronza, e allora? Non riesce ad equilibrare il tradimento del marito con una ragazzina rimbambita? Non riesce a vendicarsi della sua infanzia da copertina e ritagliarsi un cantuccio dove essere realmente se stessa, con tutta la pazzia che ne deriva? Con l’uguaglianza tra uomo e donna dobbiamo portarci dietro anche il lato più stronzo della faccenda. Ultimamente stiamo riguardando tutto Fringe, e Olivia Dunham mi ricorda molto le detective delle serie tv del nord, dove l’uguaglianza tra uomo e donna è superata da un pezzo. Dove non esiste compassione, dove il genere non è baluardo di pietà o giudizi. Amy supera a piè pari quel femminismo ipocrita che pone la donna sopra la legge, lo schernisce e ce lo sbatte addosso, un immenso schiaffone di verità. Mi piace tanto tanto.

Ultimamente ho anche avuto qualche discussione sul concetto di stupro al femminile. Una donna che violenta un uomo. A quanto pare l’argomento suscita grande ilarità vendicativa tra il popolo femminile (“ben fatto, che vi serva di lezione!”) e grande invidia nel mondo maschile (“mammagari fosse successo a me!”). E’ un piccolo grande esempio di quanti anni luce separino noi dai paesi nordici, o dalla vera uguaglianza di cui tanti imbecilli si riempiono la bocca. Non è una questione di genere ma è sempre una questione di genere. E le scimmie urlano così forte che coprono qualsiasi cosa, perfino i pensieri di chi cerca di fare quel passo in più. Per questo motivo sono convinta che quelle che oggi chiamiamo e chiamate femministe altro non siano che la fusione tra la vecchia e la nuova generazione di potenziali vittime di se stesse, che si accasciano a terra non appena il terreno è fertile, agonizzanti in discorsi di uguaglianza che assomigliano molto ai pianti isterici delle dramaqueen, o meglio, screamqueen, di un filmetto horror di serie b.

Il cinema, dopotutto, è lo specchio dei tempi, chi meglio di lui può ricordarci quanto ancora non riusciamo ad apprezzare la vita nella sua interezza? La paura è un ostacolo solo a livello metafisico, e proprio perchè esiste obiettivamente un crescendo di violenza sulle donne, nei modi più raccapriccianti, perversi e deliranti concepiti, dobbiamo riconoscere alla luce del sole quella debolezza che ci hanno fatto mangiare per secoli e finalmente esorcizzarla.

Gone Girl è un film di gente brutta, ma siamo noi, siamo forse quello che vorremmo, pur non riuscendoci mai. Non sto di certo incoraggiando azioni sconsiderate, sia chiaro. Tuttavia sto cercando, anche in me stessa, di apportare degli update a tutta la merda che la religione, l’Italia, e la società è riuscita a farmi ingoiare da quando sono nata. La scena che preferisco di tutto il film è quando Amy, sporca di sangue e in sedia a rotelle, racconta con sguardo malizioso e patetico la violenza che ha subito. E il volto corrucciato della detective mentre cerca di fare il suo lavoro, irrimediabilmente interrotta dall’uomo medio, che non riconosce nemmeno lontanamente il più grande trollaggio della storia.

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Il film ci racconta l’ipocrisia da ogni immaginabile punto di vista. Il matrimonio, il tradimento, la vendetta, la società compassionevole, l’uomo medio a culo stretto. Un’infinita serie di sovrastrutture che celano verità molto più compatibili con gli “indizi” dedicati alla ragione. Eppure, ripeto, nessuno adora i colpi di scena. I colpi di scena di confondono e ci lasciano senza ispirazione, senza bocche da farcire con discorsi da bar.

Detto questo, chapeau a alla Pike e Affleck, a mio parere perfetti per questo ruolo, soprattutto il Ben, con quell’aria da cucciolone scazzato per tutto il tempo. Un grande Fincher, una grande sceneggiatura, un’intoccabile esecuzione.

[Elisa]

 

 

 

 

 

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