La Grande Bellezza – gli sparuti e incostanti sprazzi di

In contrasto con ogni pronostico e totalmente in disaccordo coi miei pregiudizi sul cinema italiano contemporaneo, guardare La Grande Bellezza di Sorrentino è stata un’esperienza positiva. Molto positiva. Da sempre ammetto i miei problemi personali col cinema italiano, in un contesto nel quale riesco ad odiare sia la forma che il contenuto, tra insulti per la raccapricciante recitazione italiana, le tematiche fastidiose e una tecnica cinematografica decisamente ancorata a stereotipi giurassici. Purtroppo però non posso neanche spingermi troppo in là con le critiche, perchè davvero, io di cinema italiano contemporaneo non ne so molto e per ora mi è sempre andata bene così.

Però m’è successa una cosa inusuale. Guardando il trailer del film sono rimasta abbagliata da questa faccia.

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Così scopro chi è Toni Servillo, scopro che ha fatto Il Divo e Gomorra, che non ho visto, e mi dicono che è un bravo attore. E ascolto la sua voce teatrale nel trailer e mi dico perchè no, dopotutto sono anni che non guardo un film italiano (son rimasta bruciata dai tempi dell’università, pessime pessime esperienze). Mi stupisco nell’avere questo desiderio, dico sul serio, perchè non si tratta nè di horror, il mea libera tutti di Elisa, nè di registi che amo particolarmente.

La Grande Bellezza è un film straordinario, stra-ordinario. Un’immersione totale nella superficie grottesca dell’Italia e delle sue ricchezze, un viaggio tra tutti i freak generazionali, in un rimbombante urlo cinico. La Bellezza consiste proprio nel fatto che il nostro protagonista, Jep, accompagna lo spettatore in questo macabro viaggio nelle viscere della società ricca e viziata ma non ne sottolinea nè un giudizio negativo nè positivo. Jep lo specchio e il surrogato del suo tempo, lo conosce, ne trae vantaggio, ne rifugge e lo ama intensamente. Ne è così tanto in simbiosi che la possibilità di cambiare equivale alla morte stessa. E allora ride, lo vive fino in fondo, cogliendo impercettibili cambiamenti di denuncia che tiene solo per sè.

Dal punto di vista della narrazione tecnica, il film presenta inquadratura, scenari e fotografia sopraffini. E’ una Bellezza che va oltre il tema. Una Bellezza visiva incredibilmente suggestiva. In particolare, sono rimasta sconvolta dall’uso della luce quasi caravaggesco di alcune scene. Un orgasmo delle retine.

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Pulizia, less is more, estrema accuratezza del dettaglio. Il colore, la posizione degli oggetti, quei lenti carrelli in contrapposizione con veloci camere a mano. E’ una cazzo di narrazione accademica e meravigliosa. Dal punto di vista visivo questo film spacca.

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A farcire il prodotto una straordinaria sceneggiatura densa di dialoghi cinici, ipocrisia, e feroci stralci di sadica schiettezza. E proprio nel momento in cui speri nella redenzione di qualcuno, un cupissimo velo di grottesca e macabra realtà si palesa senza troppe preghiere, riuscendo pure a divertirti. Uno degli elementi che mi affascinano di più è proprio questo: non c’è assolutamente niente che ti aspetteresti. E’ tutto un gigantesco non-sense nel quale individuo e massa cercano di sopravvivere ritagliandosi un’idea di vita. La recitazione di Servillo è interessantissima: spettacolare esposizione teatrale intervallata da un biascicamento dialettale al limite della comprensione. E davvero, i suoi testi e quelli di molti altri personaggi sono stupendi.

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Come ultimo fatto, dichiaro che amo profondamente la mimica facciale di Servillo, in grado di scatenare una moltitudine di sensazioni differenti. Una qualità che attribuisco a pochissimi altri attori (primo tra tutti Tom Hardy) e che mai mi sarei sognata di trovare in un attore italiano. Stupidi pregiudizi.

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Straordinaria anche la sequenza di satelliti che girano attorno al personaggio mondano: dalle performance artistiche di rara vuotezza, ai nobili “a noleggio”,  alle raffinate dissacrazioni di qualsiasi religione. Ancora una volta la solennità della tecnica mette in scena immagini grottesche di un mondo finto fino al midollo, un ricordo felliniano indelebile e particolarmente adatto ai nostri tempi, una costruzione simmetrica dell’inquadratura che ricorda lo splendido Anderson e i suoi luoghi onirici.

Il film lascia uno strano amaro in bocca, nel quale non esiste redenzione perchè, a conti fatti, non esiste nemmeno il buco del tunnel o la necessità di trovarlo. L’uomo che si trascina depresso consapevole della sua depressione e della totale mancanza di stravolgimenti. E allora, tanto vale ballare.

Insomma, non posso mettervi screenshot di tutto il film, quindi fatemi la cortesia di guardarlo. Un film straordinario e incredibilmente lontano da quell’alone di pretenziosità che avevo immaginato. Ne vale la pena.

Finisce sempre così, con la morte, prima però c’è stata la vita, nascosta sotto i bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura, gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto nella coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo, bla bla bla bla. Altrove c’è l’altrove, io non mi occupo dell’altrove, dunque che questo romanzo abbia inizio. In fondo è solo un trucco, si è solo un trucco.

[Elisa]

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