L’esorcismo delle paure – critica al cinema horror

Nel cinema, come in ogni altra manifestazione creativa dell’uomo, appare l’impronta delle sue paure. La pellicola fa da testimonianza alla storia, alle fobie sociali e ai timori legati all’andamento politico/economico del mondo. La fantascienza è spesso stata usata per amplificare ed esorcizzare paure legate al contesto politico americano: la famosa “paura rossa” prende forma nelle creature aliene proveniente da altri pianeti, soprattutto Marte. Così l’ingenuità, il buonismo e la rafforzata vena patriottistica se la dovevano vedere con un mondo sconosciuto e inquietante, che nella pratica del cinema era rappresentato da lattine umane parlanti o mostriciattoli d’ogni sorta.

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Negli anni ’80 il cinema come specchio della società e delle sue inconsce paure si palesa con l’avvento della macchina. Computer, intelligenza artificiale, tutto a danno (e qualche volta a favore) dell’essere umano. Vediamo nello schermo molteplici tentativi di esorcizzarne la paura, una paura che è spesso, “semplicemente”, ignoranza nei confronti del nuovo arrivato.

E mentre alcuni filoni cinematografici si spingono sempre più in là nell’esorcizzazione della paura, altrettanto fanno film che, come scopo, hanno la ricerca della speranza. Trovo interessante che, ad esempio, negli anni 2000 si sia sviluppato tutto il filone dei super-eroi. Ci sono molti libri che ripercorrono la società attraverso il cinema in grado di confermare e delineare i contorni di questa esigenza per il sovrumano.

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Esiste quindi una sfiducia nell’uomo “normale”, nell’uomo moderno e medio, incapace di affrontare il terrore dato da altri uomini. Gli anni 2000 sono gli anni del terrorismo, il male all’uomo da parte di un altro uomo, in modo così chiaro e visibile a tutti da escludere fraintendimenti. E’ una società svezzata a video e reportage sulla caduta delle Torri Gemelle, una strage così devastante da scavalcare e alzare l’asticella di qualsiasi altra rappresentazione di attentato alla vita umana. Accantonando i complottisti dell’11 Settembre (tutti quelli convinti al 100% che sia stato un “inside job”) aleggia nell’inconscio del popolo americano (e per riflesso anche in quello mondiale) l’idea che l’uomo non sia riuscito a proteggere l’uomo. Che a proteggerci serva qualcun altro. E così, nella nostra fantasia creativa, compaiono i primi eroi, migliori di noi per intelletto o magia, in grado di salvare il pianeta dal male.

Per shockare la gente dobbiamo andare oltre, per dare peso alla gravità della situazione dobbiamo far compiere al cattivo genocidi di massa. Devastare intere città, uccidere migliaia e migliaia di innocenti, investire quasi tutto il budget in spettacolari e sconvolgenti effetti speciali*.

*Non sono mai stata una grande amante della forma perfetta senza un contenuto adeguato, per questo motivo il cinema che ostenta la tecnologia dell’ultimo minuto mi lascia sempre in un loop di coito interrotto che raramente riesce a placarsi. Sono una fan della sceneggiatura, dei dialoghi, della costruzione visiva a prescindere dagli effetti speciali. Sono convinta che siano fichi solo se, in assenza di essi, il film può ancora considerarsi decente.

La fantascienza negli ultimi anni ha prodotto film insulsi e film profondamente interessanti e maturi, sia da un punto di vista tecnico che da un punto di vista di specchio emozionale delle problematiche sociali. Due esempi interessanti sono District 9 e Moon.

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Due film completamente diversi ma ugualmente importanti. La paura per il diverso che taglia orizzontalmente qualsiasi epoca, stato sociale e storia nazionale prende vita e si identifica col problema dell’immigrazione clandestina. Contrapposto, come in Moon, alla ricerca introspettiva di sè stessi e della propria identità, la confusione generata dalla clonazione umana e dalle nuove tecnologie mediche, in uno scenario di solitudine nel quale l’uomo si trova a fare i conti con un meccanismo così ben rodato da diventare invisibile. E’ una fantascienza sporca e cinica, nella quale il suo obiettivo è il profitto, il denaro, la fame di potere. Possiamo vederlo anche in Avatar, un altro film che ha avuto incassi allucinanti e che per molte persone è diventato lo specchio di quel bisogno di tornare alle origini, alla natura, alla spiritualità. Un film che, probabilmente, ripercorre l’invasione di “terre pacifiche” da parte dei Grandi della Guerra, come gli americani in Medio Oriente.

Ma se il cinema di fantascienza, in pochi ma interessanti casi, è riuscito a mettere in scena le paure sociali, chi meglio del cinema horror potrebbe essere in grado di esorcizzarle?

Nel mio post sul cinema d’exploitation ripercorro assieme al documentario Grindhouse le origini del genere horror nel quale veniva messo in scena quello che “le persone volevano vedere”, ovvero sesso, violenza e sangue. Davanti ai vostri occhi per una sana, sconvolgente e delirante esorcizzazione.

https://elisaepekkahannovistocose.wordpress.com/2013/07/12/american-grindhouse-sesso-violenza-e-sangue-sangue-sangue/

La verità è che il cinema horror degli anni 2000 è ancora molto in difetto. Va da sè che è un genere svantaggiato in partenza, lo è sempre stato, relegato alla “serie B”. Per quanto possa amarlo sono anche in grado di capire che non a tutti piaccia mettersi alla prova, affrontare la paura indotta. Mia nonna me lo ripete sempre “Perchè mai dovrei guardare un film che mi fa star male?”. Diamole torto.

Eppure questo cinema resta fondamentale, resta vivo e vegeto. Perchè le paure sono sempre le stesse: l’irrazionalità, la “denaturalizzazione”, l’orrore legato a quello che non riusciamo a vedere e, in tanti tantissimi casi, il Male legato alla religione e alle sue sette.

Negli ultimi tempi tuttavia, il cinema horror americano non riesce a spingersi al di là dei propri effetti speciali. E’ un cinema più ricco (economicamente) ma molto più povero psicologicamente. Quello che film come Rosemary’s Baby ci hanno insegnato è che quello che non si vede è molto più terrificante di quello che si vede. Un Alien, nel quale lo xenomorfo si nasconde nell’ombra, tra i condotti dell’aria, protetto dal buio, dal fumo e dai rumori sinistri, è molto più spaventoso di un Alien 4 dove lo xemomorfo nuota beato e fa le piroette.

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Lo stupido pensiero che fanno i registi al giorno d’oggi è che avendo ora la possibilità di produrre qualsiasi tipo di entità non umana o paesaggio immaginario, è molto più fico far vedere tutto invece di poco. Gli effetti speciali irrompono nel cinema horror e lo fanno diventare un banco di sperimentazione. Un bel contenitore vuoto. Non solo, visto che la visione è così coinvolgente e ingombrante, la lancetta della tipologia di terrore resta fissa su “viscerale”.

Horror viscerale e horror intellettuale. Due percorsi che ritroviamo anche nella comicità. La comicità viscerale di Mel Brooks e la comicità intellettuale di Woody Allen. Nell’horror gli esempi sono facili: vi è mai capitato di vedere un film nel quale ogni 5 minuti c’è una scena di tensione, un angolo buio, una porta che si apre lentamente, un corridoio da percorrere, accompagnati da silenzio assoluto per poi lasciarti esplodere in un urlo di spavento che imbarazza i tuoi amici? Ecco, quello è l’horror viscerale. Un percorso fisico, che stimola il corpo.

Se invece tutta quella paranoia intuita resta aggrappata ad un contesto metafisico nel quale il protagonista viene psicologicamente soggiogato dal Male, l’impatto dello spettatore non sarà un urletto e un balzo dalla sedia ma una chiara e deliziosa ossessione.

Non che il cinema psicologico sia meglio del cinema viscerale, sono semplicemente due generi diversi. Tuttavia se il filone viscerale viene ingozzato come un’oca di effetti speciali e risorse tecnologiche avanzatissime a scapito di un reale tentativo di orrore ed esorcismo della paura, tra le mani ci ritroviamo un prodotto non solo inutile, ma anche estremamente brutto.

Prendo come riferimento gli ultimissimi anni di horror, nel quale lo sdoganamento e la commercializzazione del genere sembra eclatante. Nel quale i personaggi hanno lo spessore introspettivo di un panetto di burro e le sceneggiature recitano frasi scritte ai tempi del cinema muto. Il problema è che manca completamente quell’ironia che ha fatto esplodere lo stesso genere horror, dal cinema d’exploitation a tutto il trash degli anni ’80. Se dobbiamo vedere kilolitri di sangue una punta di ironia, di autocritica, di accettazione dell’eccesso permette al film di risplendere. Quello che io vedo in film come The Conjuring o il remake de La casa, o ancora peggio nel Salem di Rob Zombie è una noia logorante condita da arroganza e da quel che io chiamo “effetto dark knight “. E va da sè che questa è commercializzazione del prodotto, anche se sembra l’esatto contrario. E’ rendere l’horror favorevole alla massa.

Sono film che si prendono sul serio, nel quale manca un aggancio psicologico e una reale identificazione col personaggio principale o chi per lui. Estremizzare qualsiasi cosa, più sangue, più violenza, più budella, senza ironia o terrore psicologico. In questo modo che razza di esorcismo dovrebbe attuarsi nella mente di uno spettatore?

Grazie a dio esistono le eccezioni, a partire dal cinema di Miike. Miike non è solo psicologico, Miike ti entra nel cervello, te lo scopa a due mani e poi ti fa pulire tutto con la lingua. C’è sangue, c’è violenza, ci sono pure le budella. Ma c’è qualcosa che il cinema americano negli ultimi tempi s’è davvero dimenticato di portare sullo schermo.

Non esiste paura in questi film, esiste lo spavento, la risatina imbarazzata e qualche bella gnocca. E’ un cinema horror per bambini, perfino morale. Quella sensazione di irrazionalità, di cinismo, di estrema denaturalizzazione dell’uomo, di sfruttamento dell’uomo stesso per secondi fini, viene completamente a mancare.

Fortuna che esiste Cabin in the woods, va. Un film che è andato oltre, che ha saltato il fosso, che è riuscito a rendersi specchio (horror) di una società che lotta tra l’insensibilità e la speranza. E lo fa sbattendoti in faccia tutte le cose più pucciose dei nostri tempi. Scommesse sulla sorte di un gruppo di innocenti, festicciole d’ufficio, rituali religiosi e, infondo infondo, pure giustizia e umanità.

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Sono un po’ stanca di annoiarmi coi film horror. Di vedere “bamboline sceme”. Di capire che il genere horror è confezionato per le masse a cui non piace il genere horror. Di riconoscere l’effetto dark knight ogni volta che premo play. Di vedere che Lucas toglie i pupazzetti di pongo ed inserisce le sboronate virtuali.

Vabbè la cosa di Lucas era gratuita, comunque ci siamo capiti.

[Elisa]

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