INLAND EMPIRE

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La confezione è ancora integra, mai aperta. Non ce n’è mai stata necessità, non c’è mai stata la giusta occasione. Già, perchè la situazione perfetta capita una volta ogni dieci anni, una volta ogni dieci persone. Perchè non è come guardare un semplice film. E’ avere un’esperienza di vita.

Alcune persone prendono in giro la mia devozione per David Lynch, la considerano altezzosa e maniacale. “Troppo complicato” “non ci capisco un cazzo” “pesante”. Forse è così, forse guardare un film di Lynch necessita un impegno spesso sconosciuto allo spettatore da cine-panettone. Ma è altrettanto non indicato al cinefilo radical-chic che ha deciso di giudicare razionalmente qualsiasi fotogramma gli passi davanti agli occhi. A prescindere dal mio rifiuto per un tipo di critica al contenuto artistico, ritengo il critico cinematografico, soprattutto quello dell’ultima ora, il Re dei Deficienti. Quello che dopo aver fatto un breve riassunto della trama si ostina a vivisezionare il suo dogmatico punto di vista, storpiando bellamente qualsiasi metafora o, ancora peggio, non metafora.

Lynch ne ha viste di tutti i colori. Hanno cercato di farsi spiegare i film in tutti i modi. Strade Perdute è un film che parla di denti. Mulholland Drive un film che parla di latte. Lynch si diverte, probabilmente. E forse la vera risposta non ce l’ha nemmeno lui.

Ma non è che siamo tutti sfigati, incompetenti o babbei. L’accettazione della sospensione della realtà funziona bene anche nella nostra testa che, in modo del tutto normale, ricerca inconsciamente appigli logico-razionali. Come quando guardi un film fantasy, un film horror, o anche semplicemente un poliziesco hollywoodiano. Purtroppo con Lynch il lavoro risulta duplicato: non solo devi sospendere la realtà, ma devi anche sospende l’elaborazione cognitiva.

E’ difficile, quasi disturbante, cadere volontariamente nell’incubo di qualcun altro. E’ emotivamente pesante, spesso insopportabile. Per quanto mi riguarda ho bisogno di uno stato d’animo particolare per mettermi a vedere un film come INLAND EMPIRE.

Il trucco c’è ma non si vede. La verità è che per comprendere il cinema di Lynch, eccezionalmente surreale, meravigliosamente catartico, è necessario smettere di avere un cervello. E di farlo funzionare. Bisogna lasciarsi andare, completamente e spaventosamente. Lasciarsi trafiggere dalla sua visione. Perchè quello che ho capito di Lynch è che sebbene intenda realmente raccontare una semplice storia, la continuità della stessa non viene favorita dalla progressione di eventi ma dalla mutazione delle emozioni. E’ un cinema sensoriale, un cinema carnale, il teatro dell’inconscio. Per questo credo sia difficile guardare un film senza provare un senso di rifiuto o di fastidio. C’è sempre in agguato qualche paura che non sai ancora di provare. E’ un tipo di poesia visiva diretta. Osservi un alfabeto nel quale l’importante non è il significato della lettera bensì la sua forma, la sua armonia, il suo colore. Accostata a un suono spesso tantrico, suono di fabbrica, di legno, di metallo. Lynch racconta l’emozione irrazionale, il filo logico è “solo” il contorno naturale dell’avvenimento.

INLAND EMPIRE è un’esperienza di vita. Lo dico a tutti quelli che me lo chiedono. Perchè per me è stato così. Ho pianto senza sapere perchè, ho riso in situazioni inopportune, mi sono infastidita, mi sono innamorata. E alla fine mi sembrava di aver fatto un sogno lunghissimo, nel quale i contorni erano vignettati e morbidi e il primo piano era meraviglioso ed insopportabile.

Parlo come una tossica, lo ammetto. Ma qualche dipendenza una deve pur averla. Oltre al fumo e al cibo, intendo.

Detto questo, vi consiglio una visione responsabile, lontano da oggetti appuntiti, lontano da distrazioni razionali, come ad esempio bollette della luce o telefonate alla mamma, e soprattutto lontano da amici saccenti e con una laurea in cinema. Tipo me.

(Elisa)

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