Hunger Games

The Hunger Games: The Official Illustrated Movie Companion

Hunger Games è un film sui capelli di Tucci. Così impassibili, sfrontati, meravigliosi, pur di fronte a cotanto scempio  e spreco di tempo cinematografico. Essì, perché in questo celebratissimo e attesissimo film, non si salva davvero nient’altro. Un rosario di colorite bestemmie, che si srotolano in un crescendo di orrore e raccapriccio.

L’esperienza rovinosa di Hunger Games ci ricorda innanzitutto l’importanza delle skill. Assegnare al giusto personaggio il compito che gli riesce meglio. Gary Ross, ad esempio, poteva portare il caffè. E invece no. Facciamogli girare il film. Un bel film d’azione, di quelli spinti, di quelli sincopati. Diamo una possibilità al vecchio scorreggione californiano. E anche se non ha assolutamente idea di come si rappresenti l’azione o molto più semplicemente l’emozione umana, facciamoglielo fare lo stesso. Fingiamo che sia tutto voluto, che quelle fottute inquadrature blairwitchprojectiane siano l’ultimo ritrovato, che il fuoco super-macro renda un caSSino, una sinfonia di pathos e dramma d’avanguardia. E non fa niente se dopo 15 minuti di proiezione la gente rimpianga la nausea da 3D, o una bella influenza intestinale. Con un montaggio così raffinato, con tutto quel vedo-non-vedo, tendiamo al neo-surrealismo post-fantascientifico in chiave radical-chic.

Vorrei offrire le palle di Gary Ross come tributo. A Cthulhu. Per i poveri stronzi che non hanno letto i libri non c’è via di scampo. Non si capisce un beneamato cazzo dall’inizio alla fine. Chi era quello? Cos’è successo adesso? Gli occhi rincorrono ombre, proiezioni olografiche, bimbiminkia che si aggirano nella selva braccati da telecamere rumorosissime dentro alberi giganteschi. Il montaggio ti trolla, ti percula, ti deride. E tu, inglobata in un vortice di frammenti lanciati in aria e lasciati cadere random, concedi uno, due, tre, quattro possibilità. Poi abbandoni il gioco, ti lasci allegramente sgozzare dal fato. Invochi i sacri capelli blu di Tucci, nella speranza che almeno loro, per qualche meraviglioso secondo, ti donino stabilità e razionalità.

Regia prrr, montaggio prrr. L’unica salvezza? Una colonna sonora coi controcazzi. E invece scherzone! Buchi neri di tempi infiniti, nei quali le orecchie si staccano dal cranio, si avvicinano allo schermo, e mendicano una o due note, tanto per non lasciarti tramortita sulla sedia del cinema. Niente. Muori solo e stronzo.

Woody salvami tu. Aiutami a capire cosa stia succedendo. Provaci, lo so che ci riesci, io credo in te. Lui ci prova, il suo ciuffo biondo ci prova. Ci prova anche Lenny. Lenny, allunga la mano verso di me, e accompagnami in questa sagra di inefficienza. No, non così, non a tratti. No, non truccarti così, mi distraggo, non farlo. Merda.

Cos’è successo? Come funziona il gioco? Chi è morto? Sono tutti biondi, sono tutti al buio, sono tutti mossi, sono tutti fuori fuoco. Ma lei lo ama? Lei fa finta? Lui fa finta? Ma lui chi cazzo è? Ma è finito davvero? Mi volto a destra e a sinistra. Sono morti un sacco di bimbiminkia e io non ho provato niente. Rimpiango Bambi, rimpiango Starship Troopers, rimpiango i film di Ozpetek, rimpiango l’ulcera gastrica. Ma soprattutto, rimpiango quella merda di Battle Royale, orribile, disgustoso. Meraviglioso, sopraffino.

Neanche il sangue c’era. Qualche spruzzetto, troppo veloce, troppo Michael J.Fox. Esco dal cinema invocando l’apocalisse.

Una cosa salvo, totalmente legata ai capelli di Stanley. I vestiti, i vestiti mi sono piaciuti. Che volete farci, sono una femmina.

(Elisa)

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